DI PENSIERI E UMORI SPAIATI – Gesualdo Bufalino dialoga con Anna Toscano

Quest’anno ricorre il centenario della nascita dello scrittore siciliano Gesualdo Bufalino. I suoi romanzi sono tra i migliori della letteratura italiana del Novecento. Bufalino, oltre che scrittore, è stato un infaticabile lettore e un elegantissimo traduttore (Terenzio, C. Baudelaire, J. Giraudoux e altri).
Per rendere omaggio alla sua memoria e a una scrittura senza tempo ho immaginato un dialogo a distanza tra Bufalino e uno scrittore contemporaneo. Un insolito discorso amoroso sulla scrittura e sulla lettura, una confessione intima intorno e dentro la letteratura di ieri e di oggi a partire da alcune riflessioni dello scrittore siciliano tratte dal volume Cere Perse, Sellerio 1985.
(Mimma Rapicano)

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Gesualdo Bufalino
Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE) 

Anna Toscano
Credo ci sia una infinità di motivi per cui si scrive, ognuno ha il suo o i suoi. Poco tempo fa una amica avvocatessa mi ha detto che aveva scelto quella professione per vendicarsi e se fosse andata male, per lo stesso motivo, avrebbe scritto. Ho pensato a lungo a questo, ho pensato a lungo più che altro a chi inizia qualcosa con una motivazione già precisa. Io non lo avevo quando ho iniziato a scrivere, o forse non mi era così chiaro ancora. A distanza di anni se mi guardo indietro, o semplicemente se mi guardo attorno, capisco che scrivo e ho sempre scritto per tenermi insieme, per tenere insieme pezzi di me. Questo tenere insieme non ha solamente una funzione conservativa, ma pure una funzione reinventiva: mettere insieme pezzi miei reali con pezzi irreali con pezzi di altri, veri o inventati, altri che sono anche personaggi che escono da libri, canzoni, film.

Ricetta: prendere pezzi della propria storia, aggiungere pezzi di altre storie, un pezzo da una storia che ti hanno raccontato ieri, un altro da una vicenda che ti hanno raccontato molti anni fa e ronza sempre, un pezzo da un romanzo, un pezzo da una canzone, farci entrare anche un pizzico di cronaca e un filo di invenzione; scotolare bene e infine disporre i pezzi mischiati cercando di attaccarli tra loro. Ehi! Non combaciano, questi pezzi di puzzle sono spaiati, non si incastrano. Prendi ago e filo e cucili, una graffettatrice e graffettali, la colla, il fil di ferro, del mastice.
Scrivo per tenermi insieme, insieme a me tutto ciò che entra e passa da me: un rammendo costante della mia identità e della mia storia per non essere mai io ed esserlo sempre.

 

Gesualdo Bufalino
Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né un’intervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell’Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

Anna Toscano
E per una stagione l’alfabeto vivrebbe solo nella testa, ma si sa l’alfabeto chiuso in un luogo così piccolo diviene vivacissimo, si energizza di pensiero, scalpita con le frasi, specula nella sintassi, balla nella grammatica. Ed ecco file e file di persone ferme a fissare apparentemente il nulla, ma nella realtà concentrate a seguire l’alfabeto che disegna pensieri sempre più lunghi e raffinati, pensieri affilati.

 

Gesualdo Bufalino
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nell’istante in cui l’appassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quell’istante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

Anna Toscano
Leggere per me significò trovare una via d’uscita, trovare un luogo dove stare bene in mezzo a tanti loghi dove stavo male. Da luogo dove stare bene diventò luogo dove incontrare persone, posti, città, mondi, tempi. Uscire dalla mia vita, entrare in un’altra o in altre, tornare alla mia con pezzi di altre, cucirmele addosso. E poi è diventato un vizio, anche quando non avevo più luoghi da fuggire cercavo di abitare appena possibile le pagine di un libro. Oggi talvolta ignoro se io sia fuori o dentro un libro, ma va bene così.

 

Gesualdo Bufalino
Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar l’anima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quell’occhio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

Anna Toscano
Così, così, così si diventa assemblatori di identità! Vedere quello che i grandi romanzieri o poeti hanno scritto, sentire il fruscio dei rumori che hanno sentito, seguirli fino al mercato. Talvolta mi pare di pedinare Goliarda Sapienza mentre va a fare la spesa al mercato in chiusura nella sua Gaeta, vedere con i suoi occhi e sentire con il suo naso le cose buone da comprare e come poi cucinarle. Stare una settimana, o poco meno, come è accaduto a me, sul pianerottolo dove riversa Goliarda attendeva che qualcuno trovasse il suo corpo senza vita, disperarmi perché il suo cuore come la sua penna BIC nera punta sottile si era fermata. Seguire Attilio Bertolucci nei suoi carteggi, pedinarlo, e a ogni cambio di data fermarmi col fiatone dietro una colonna per non farmi scoprire a mani piene della sua vita, della vita degli altri.

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ANNA TOSCANO vive a Venezia, insegna presso l’Università Ca’ Foscari e collabora con diverse facoltà. Scrive per testate, tra le altre Il Sole24 Ore, Minima&moralia, Doppiozero, Leggendaria. Sesta e ultima raccolta di poesie è Al buffet con la morte, La Vita Felice 2018, preceduta da Una telefonata di mattina, 2016, Doso la polvere, 2012; liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie; sua la curatela di cataloghi e libri. Ha ideato e condotto la trasmissione radiofonica Virgole di poesia per Radio Ca’ Foscari e i suoi racconti sui luoghi del cuore per Le Meraviglie di Rai Radio 3. Per la testata on-line La Rivista Intelligente cura Venerdì in versi, da cui è nata l’antologia poetica di donne Chiamami col mio nome, La Vita Felice 2019. È stata editor per case editrici, lavorato come ufficio stampa; ha collaborato con varie scuole di scrittura e ha fondato “Lo Squero della parola”, laboratorio di scrittura. Come fotografa suoi scatti sono apparsi in riviste, manifesti, copertine di libri, mostre personali e collettive. Varie le esperienze teatrali, tra le quali “Voce di donna Voce di Goliarda Sapienza”. www.annatoscano.eu

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